venerdì 2 febbraio 2018

Impro Amsterdam 2018. Vale davvero la pena improvvisare in inglese?

A volte invidio chi abbia assistito il mio percorso da Improvvisatore fino ad oggi, perché ha potuto assistere a una costante imperterrita costellazione di assoluti a cui non ho mai saputo adeguarmi.

"No ma sono troppo bravi, non potrei mai fare improvvisazione teatrale" - dissi più di 6 anni fa dopo aver visto il mio primo spettacolo.
Quattro mesi dopo cominciavo il primo anno.


"Non potrei mai improvvisare da solo in scena, mi piace affidarmi ai miei compagni" - dissi alla fine del primo anno.
Un anno dopo entravo in una nuova piccola compagnia formatasi attorno a un format basato sui monologhi in scena.

"Per me è impossibile improvvisare in inglese, a malapena lo faccio in italiano" - citazione mia declinando un workshop di Jill Bernard a Milano.
Un anno dopo sono sull'aereo per svolgere lo stesso workshop al mio primo IMPRO Amsterdam 2016.

"Se c'è una cosa che non potrei mai fare mentre improvviso è cantare" - mia scusa idiota per dire di no alla proposta di uno spettacolo questa estate (me ne pento ancora).
Sei mesi dopo sono a un workshop di musical al mio terzo IMPRO Amsterdam, dove non solo sono tutti bravissimi, ma come primo esercizio mi tocca improvvisare.
Da solo.
In inglese.
Cantando.

Pensando che sì, vale davvero la pena farsi tutta questa strada per vivere questa esperienza che non solo mi permette di uscire dalla comfort zone, proprio me la fa abbandonare al terminal 2 di Malpensa.
Perché quello studio del musical non sarà che la parte meno sperimentale dei mille workshop che ho avuto la possibilità di fare a questo festival, nei tre anni a cui vi ho partecipato.
D'altro canto, ho potuto sperimentare come creare uno spettacolo in "solo" e uno con 3 o più improvvisatori sempre in scena.
Ho scoperto quali personaggi nascono solo mettendomi dello scotch sul volto o legandomi braccia e spalle, e ho provato a improvvisare con solo ambientazioni fantascientifiche.

Sia chiaro; non sto dicendo che tutto ciò non si possa fare anche in terra italica, ma con che tempi e modalità? Sono fortunato ad appartenere a una scuola milanese proiettata verso l'internazionalità, ma quando davvero uno sente che questo hobby stia diventando una vera e propria passione, tocca alzarsi con le proprie forze e curiosità e cercare nuove esperienze.
Esperienze ben lontane dal rivedere per la millesima volta i miei maestri/compagni con ogni tanto qualche ospite.
A questi festival c'è un concentrato di talento ed esperienza che viene da tutto il mondo.

Perché l'improvvisazione non è solo quello che vediamo nei nostri teatri.
Non è solo quello che abbiamo in Italia, o in Europa, o nel Mondo ad oggi 2 Febbraio 2018.
É molto di più, ed è facile scoprirlo mentre sorseggi una birra e parli con un'israeliana, un newyorkese e un francese (di quelli che portano avanti la bandiera dello stereotipo snob) parlando dell'ultimo spettacolo.

Gli spettacoli, mamma mia.

In quel teatro, che già solo come location è FENOMENALE avendo sui 400 posti e un palco bellissimo attorniato da colonne, ho visto la maggior parte degli spettacoli di Improvvisazione che rimarranno per sempre nel mio cuore.
Speechless, due show diretti da Patti Stiles, il solo-musical di Jill Bernard, il duo sci-fi dei Project2, Hip Hop Improv con due beatboxer sotto come base, gli svedesi del Gbgimpro che adoro con tutto me stesso e il main cast degli olandesi che nonostante cambi tutti gli anni è sempre di altissimo livello.

Per i veri nerd dell'improvvisazione (la maggior parte dei presenti al festival, credetemi) dopo i due spettacoli del main cast, si ha la possibilità di scegliere fra altri due late-night show di compagnie magari meno conosciute, ma con una direzione artistica decisamente più coraggiosa e che premia portando alla ribalta quegli improvvisatori che nel prossimo futuro saranno richiestissimi.
Insomma, ci si guadagna il pieno diritto di fare gli hipster dell'Improvvisazione e poter dire "Ah hanno chiamato quell'insegnante quest'anno? Beh, io l'ho incontrato ben prima che lo conoscessero tutti e, diciamolo, ora è un po' troppo mainstream".

Chiaramente, alcuni spettacoli vi lasceranno un po' con l'amaro in bocca, a volte si beccano compagnie buone ma non eccezionali.
Personalmente, in uno di questi late-night ho assistito al (miglior) peggior spettacolo di improvvisazione che abbia mai visto.
Ma di questo ne parlo a voce magari davanti a una birra, per il trauma.

Insomma, venite al prossimo ImproAmsterdam o a un qualsiasi altro festival europeo (trovate facilmente info per i prossimi di quest'anno nel gruppo facebook di improvvisatori europei, cominciate a guardare un po' perché molti chiedono le iscrizioni diversi mesi prima).

Se vi fate problemi per l'inglese non preoccupatevi, aprite una puntata in lingua originale di Friends su Netflix, togliete i sottotitoli e se capite almeno il 50% di quello che dicono siete più che a posto per partecipare.

Anche perché, vi svelo un segreto, a questi festival il 90% degli improvvisatori sa l'inglese come seconda lingua, quindi ci si capisce agilmente e senza accenti strani.
Il vero problema sono i nativi inglesi, gli unici che abbia mai visto in difficoltà durante qualche scena perché non riuscivano a farsi capire dal proprio partner.
Sopratutto gli australiani.
Maledetti australiani.







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