mercoledì 8 marzo 2017

Il mio Welcome 2017 - un asociale ad un festival

Già nel post che avevo scritto qualche tempo fa su "MITICO" vi avevo confessato la mia estrema difficoltà nel gestire i contesti di socialità forzata e semi-forzata, come possono essere i festival di improvvisazione, quindi vi riporto le mie sensazioni sempre da quest'ottica, ovvero quella di uno che lo vive un po' ai margini e senza immergersi completamente nell'atmosfera calorosa e a volte soffocante di mille facce, mille occhi e mille parole.
Per chi non sappia di cosa sto parlando, e spero siano pochi visto l'estrema dinamicità e apertura che sta animando il mondo improvvisativo italiano in questi ultimi tempi, Welcome è un festival che ormai da alcuni anni i Bugiardini organizzano nella Capitale. Anche quest'anno ho avuto la fortuna di poter partecipare al Festival che per quattro giorni ha impegnato gli Improvvisatori in un percorso meraviglioso, tra workshop e spettacoli.

Ho frequentato due workshop fantastici con Pippa Evans e David Razowsky (avrei dovuto fare anche il primo giorno con Adam Meggido, ma un imprevisto dell'ultimo minuto non mi ha permesso di arrivare prima di venerdì sera) e ben 6 spettacoli tutti degni di nota con delle chicche di estrema bellezza. Nella missione sono stato accompagnato dalla big family improvinciale, che vi lascio nella sottostante immagine nel suo sobrio splendore.

Improvincia al Welcome
Prima di tutto un plauso e un grazie va ai Bugiardini, gli organizzatori che hanno progettato e realizzato una struttura leggera e perfetta in cui gustarsi a pieno e senza fatiche extra l'esperienza dei quattro giorni. Un festival a misura familiare: aule tutte vicine, vicine al teatro, momenti di pausa ottimali per riposare, servizio di pasti per la pausa pranzo, momenti di socialità leggeri e non forzati, accoglienza e disponibilità che hanno reso al meglio lo slogan del festival: "You are welcome". Sottolineo con piacere, da buon brianzolo maniaco del controllo e precisetto, che l'organizzazione è stata pressoché perfetta, e-mail precise con tutte le informazioni utili, servizio pasto convenzionato economico e di buona qualità, informazioni chiare e precise e accoglienza speciale.
Welcome è stato un bel punto di incontro tra mondi ed esperienze diverse dell'improvvisazione, improteatrali, matchisti, bugiarlabisti, apolidi, improvnerd, insieme per ispirarsi e farsi ispirare.
Mi piace sottolineare questo punto perché è grazie a iniziative di questo tipo che possiamo entrare in quella che spero diventi la nuova comunità improvvisativa italiana, con un po' meno padri fondatori, guru intoccabili, orticelli da coltivare, regole e muri... e molto più scambio attivo, fluidità e accoglienza.

Il benvenuto è iniziato giovedì sera al Teatro Abàrico, con un MaestroTM che ha visto in scena gli insegnanti dei workshop insieme ai Bugiardini e ad alcuni partecipanti del festival (su questo vorrei che tributassimo un pensiero alla nostra Elena, bloccata sul treno a Orte, che non ha potuto partecipare allo spettacolo, e uno anche a me che ho scoperto mercoledì di non poter essere a Roma prima di venerdì notte) (ok, ora possiamo proseguire).

Venerdì sono cominciati i primi tre percorsi di workshop.
Welcome permetteva infatti a chi si iscriveva quest'anno di scegliere un percorso formativo tra quattro proposte: una monografica prevista nel weekend dedicata alle trance mask e full mask con Simone Tani, e tre proposte che prevedevano un corso al giorno in scelte alternative tra Patti Stiles, Pippa Evans, Adam Meggido e David Razowsky.
Sono arrivato fuori dal teatro Abarico proprio alla fine del primo spettacolo della rassegna, una soap opera improvvisata in tre puntate suddivise su tre giorni del festival (struttura che in stili più o meno diversi va per la maggiore nei festival degli ultimi anni) e dall'impatto sonoro degli applausi e dello strepito interno suppongo sia stata un'ottima apertura di festival.
Il primo spettacolo visto è stata una prima mondiale "Stiles&Razowsky" uno spettacolo in completa freeform con David Razowsky e Patti Stiles. Lo spettacolo è stato molto interessante perché, dal mio punto di vista, è stato un vero e proprio scontro tra stili e filosofie improvvisative, lo stile americano e lo stile johnstoniano ai loro vertici estremi, un po' come in un mitico scontro di Kenshiriana memoria tra Okuto e Nanto. L'impatto tra i due stili e la lotta, perché proprio di lotta possiamo parlare, di proposte tra i due attori, è stata evidente fin dall'inizio, e lo spettacolo è stato uno strano rincorrersi e accavallarsi di situazioni: scene statiche in cui prevaleva la parola; raffinati giochi verbali e di significato; reazioni emotive provocate, dilazionate, ricercate e respinte; giochi spaziali e fisici non sempre efficaci. A un certo punto mi è sembrato quasi un simposio fin troppo mentale sul capitolo 6 ("Making things happen") di "Improv for storytellers" di Johnstone, con la volontà di cavillare sulle brutte abitudini improvvisative e dimostrare che anche con quelle si potesse costruire un show interessante. Credo che se avessi visto lo spettacolo con l'occhio da normale pubblico non improvvisatore lo avrei trovato divertente, a tratti bello e intrigante, ma non sono proprio riuscito a spegnere la parte improvnerd e cerebrale del mio carattere, ed è stato come cercare di interpretare la matrice su cui lo spettacolo si stava muovendo nel cervello improvvisativo dei due attori.
Diciamo che lo spettacolo è stato molto diverso da quello che mi aspettavo; anche l'anno scorso avevamo visto sul palco due mondi improvvisativi diversi con Joe Bill e Patti Stiles nel loro duo: c'è da dire che i due avevano già lavorato insieme e si conoscevano meglio e avevano trovato un modo di far compenetrare i loro stili in un prodotto più armonico. D'altra parte, credo che il bello dell'improvvisazione sia leggerla in termini di processo e non di prodotto, e vedere il processo delle dinamiche tra Patti e David è stato tanto utile quanto un workshop, anche se a mio giudizio il prodotto è stato meno efficace.

Sabato è stato il giorno del mio primo workshop con Pippa Evans degli Showstoppers.
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È stato un workshop molto piacevole, in cui abbiamo lavorato su "ciò che è già in scena" come strumento per iniziare e muovere le improvvisazioni. Mi sono ritrovato con piacere su un sentiero che sto percorrendo anche con i ragazzi a cui faccio lezione durante l'anno, e che abbiamo utilizzato per arrivare a scoprire i propri personaggi senza doverli pensare e ragionare prima di entrare in scena. Pippa ha tenuto il workshop in modo fantastico, gestendo al meglio i tempi e le energie del gruppo e focalizzando le spiegazioni in pochissime parole ed esempi efficaci; c'è stato molto tempo per il lavoro di scena e i commenti sono stati anch'essi piccoli e mirati.
In serata ho finalmente visto la seconda puntata della soap opera, un divertentissimo lavoro corale gestito alla perfezione da Patti Stiles che, come regista esterna, si occupava di chiamare il buio tra una scena e l'altra e di introdurre le nuove scene e le dinamiche da portare in luce. Una classica storia di amore contrastato tra una famiglia italiana e una inglese in una Rimini senza tempo, con una linea narrativa principale su cui si sono inseriti divertenti siparietti e pregevolissimi pezzi cantati. Razowsky nel ruolo di uno strano medico ha contribuito con interventi al limite dello stravolgente a intricare e arricchire la matassa narrativa e a lasciare tutti con il fiato sospeso, pieni di aspettative per la puntata conclusiva della Domenica.
Per il secondo spettacolo abbiamo assistito a un nuovo inedito: "We drive on the left", con Pippa Evans e Adam Meggido. I due sono entrambi membri del cast degli Showstoppers, e per la prima volta si sono trovati in due sul palco l'un con l'altra. La struttura dello spettacolo è molto semplice: vediamo la storia di una coppia come raccontata dai due protagonisti ai propri psicologi, le scene di "seduta", in cui vengono introdotti nel racconto anche particolari chiesti al pubblico, sono intervallati da momenti in cui la coppia la propria storia e che si nutrono dei precedenti colloqui, regalando allo stesso tempo materiale per i colloqui successivi; ovviamente il cantato fa parte del linguaggio espressivo dei due attori, che ne fanno un uso intelligente, prezioso e bellissimo. Il racconto si chiude con la canonica sliding door "...e se non fosse andata così?".
Lo spettacolo mi è piaciuto tantissimo, i due attori si conoscono alla perfezione e ne scaturisce uno spettacolo coinvolgente, intelligente e mai scontato: Razowsky l'ha definito "preciso", intendendo che nella precisione di frasi, gesti e movimenti si percepisce al meglio il modo di improvvisare di Pippa e Adam, che non han bisogno di costruzioni artefatte o di trucchi stupefacenti. L'improvvisazione si dipana come semplice reazione a ciò che c'è, e in questo modo dipinge un rapporto in modo naturale e credibile; le parti cantate poi arricchiscono e completano il quadro di uno spettacolo che credo ricorderò per un bel po'.

Vi confesso che uno dei motivi per cui ho deciso di partecipare al festival è stata la presenza di David Razowsky, di cui ho letto molti articoli e interventi, e che ero curiosissimo di conoscere.
Domenica mattina, con ancora in corpo un po' di alcool della festa del Sabato sera, momento di socialità a cui solitamente sfuggo sedendomi a un tavolino in tranquilla compagnia di un cubalibre, è venuto il momento del workshop "Il punto di vista", appunto con Razowsky.
Il lavoro con David è stato deflagrante, in tutte le accezioni del termine: penso che a un certo punto della mattinata avrei voluto picchiarlo molto forte per quanto mi stava facendo innervosire.
Ma andiamo per gradi.

La premessa del lavoro è molto chiara: tutte le regole che fino ad oggi avete seguito non servono a nulla, io sono qui per distruggerle e dimostrare che c'è un'altra improvvisazione possibile. Niente who what where, niente yes and, niente creazione di piattaforme positive. Razowsky usa come strumenti del suo lavoro il concetto di POINT OF VIEW e 9 VIEW POINTS (già l'intraducibilità della differenza terminologica paralizza metà dei partecipanti) supportati dall'uso continuo e costante del SOFT FOCUS.
Il POINT OF VIEW del proprio personaggio è ciò che il proprio personaggio sente e afferma nella prima frase del suo dialogo e che scaturisce nel qui e ora dalla percezione forte della relazione scenica con l'altro.
Il lavoro è stato dunque impostato sui modi di vivere e sentire attimo per attimo la realtà della relazione con l'altro, senza doverla costruire nella testa e senza doverla far dipendere da una storia. Gli strumenti di questa costruzione sono i view points: forma, durata, gesto (espressivo o comportamentale), ritmo, ripetizione, relazione spaziale,  topografia, risposta cinetica, architettura e il loro uso combinato.
Il concetto di forma, per esempio, non è molto lontano da ciò che avevamo sperimentato il giorno prima con la Evans: a partire da come siamo messi fisicamente in scena, la forma che rappresentiamo come singolo e in correlazione al partner già definisce la relazione e, vivendo la mia/nostra forma nell'attimo, siamo in grado di sentire e affermare il nostro punto di vista.
Il punto di vista resta tale durante lo svolgimento della scena, e il lavoro continuo e intenso di affermazione del proprio punto di vista rispetto al punto di vista del partner di scena porta, per uno dei due, a un momento che David definisce "di cambio di respiro", in cui il punto di vista dell'altro mi fa reagire e mi fa cambiare.
Nella prima fase di lavoro abbiamo sperimentato e affinato il soft focus, la visione periferica che permette, pur avendo il proprio obiettivo, di percepire nel percorso le "soglie": quegli attimi in cui il respiro cambia e che possono generare punti di vista. Poi siamo passati al lavoro di coppia, che è stato, per me, intenso e massacrante. Da un lato avevo troppa testa sul "progetto globale" per vivere nell'attimo quanto stavamo sperimentando, dall'altro lato credo di non aver capito, fino alla sera in cui ci ho respirato in tranquillità, che un approccio mentale a questo modo di improvvisare lo rende inutile e addirittura irritante.
Con questo resto ancora dubbioso su molti passaggi delle scene provate: David segue chi è in scena con meticolosità ed energia, continua a correggere il tiro, ti mette sotto pressione ma a volte mi ha lasciato l'impressione di forzare la scena secondo il proprio piacere e il proprio gusto personale. Sulla mia agendina ho annotato "oggi sono stato deflorato da David Razowsky", proprio perché mi sono sentito come un pupazzetto manipolato da lui in quanto regista della scena, che percepiva con il proprio sentito personale.
È stato però interessante vedere la sua disponibilità al confronto, che devo dire è stato anche a tratti molto serrato, con tante domande incalzanti e tante obiezioni. Non ha mai perso la propria energia, non ha mai smesso di vivere le scene con noi, di emozionarsi fino alla commozione, di saltellare di qui e di lì come un uccello nella Savana. Insomma, ho trovato quello che mi aspettavo, o per dirla nel linguaggio del workshop: un punto di vista nuovo su cui cambiare il respiro. Mi riservo di fare ulteriori commenti e riflessioni magari in un futuro articolo, una volta sedimentato e sperimentato meglio quanto vissuto.


Gli spettacoli di domenica sera hanno visto prima tutto il cast del festival sul palco, con la brillante ed energetica ultima puntata della soap che si è conclusa in un turbinio irrefrenabile di emozioni e colpi di scena; poi l'ultimo spettacolo, dedicato alle donne, in previsione dell'8 Marzo, e intitolato "Quotable women" con Patti Stiles, Pippa Evans e Tania Mattei. Avevo molte aspettative su quest'ultimo, perché con Improvincia abbiamo spesso lavorato sul tema e perché con Elena, anche nell'approccio all'insegnamento, stiamo tenendo in gran considerazione la relazione tra donne e improvvisazione, intesa sia nel mondo improvvisativo, sia come stile e modo dei personaggi femminili che vengono rappresentati. Non sarei onesto se non vi dicessi che sono rimasto un po' deluso. Il primo appunto è proprio sul format, un contenitore di storie che partono da citazioni di donne famose, che le improvvisatrici leggono da alcuni foglietti. Le frasi lette così, senza contesto e senza spendere qualche parola sulle donne che le hanno pronunciate, mi sono sembrate abbastanza pretestuose, un modo come un altro per iniziare una scena; l'esigenza poi di tradurle in italiano-inglese, con gli inevitabili siparietti annessi, le ha anche oltremodo alleggerite, banalizzandole forse un po' troppo. Le scene di cui si è composto lo spettacolo avrebbero dovuto, almeno queste le intenzioni del format, farci gustare storie di donne e farci vedere donne sul palco in ruoli non usuali. A priori io penso sempre che uno spettacolo fatto solo di donne, per parlare di donne, sia quanto di meno serva al mondo femminile: il mondo è fatto di uomini e donne ed è nel loro rapportarsi in modo diverso e nuovo che può svilupparsi il nuovo spazio e ruolo per le donne nell'improvvisazione. Ecco, nel suo contenuto, seppur divertente, lo spettacolo è stato un po' misero, le previste difficoltà di uno spettacolo in due lingue hanno reso alcuni passaggi molto stentati e purtroppo non ho percepito quel gusto di insieme di uno spettacolo fluente e gustoso. Un grande applauso va comunque a Tania Mattei, che si è lanciata senza timore nel vuoto, non conoscendo l'inglese, a Pippa, che ha provato addirittura una scena piratesca in italiano, e a Patti, che non avevo mai visto rockeggiare con tanto gusto nelle due canzoni bellissime che si sono sviluppate durante lo spettacolo.

Concludo semplicemente con un grazie ai Bugiardini, uno alla mia famiglia improvinciale, che mi sopporta anche così scorbutico e asociale e che trova sempre un attimo per staccarsi dalle pubbliche relazioni e fare quattro chiacchiere in un angolo "a socialità limitata"; a tutti i compagni di workshop e di festival (se non vi ho parlato molto non è che vi odio specificatamente, ma siete comunque esseri umani e faccio fatica), un grazie a tutti gli insegnanti e uno a me stesso, perché quest'anno son riuscito a scrivere l'articolo ;)



1 commento:

  1. Grazie.

    Aggiungo una nota sul lavoro proposto da David.

    Per provare a fare chiarezza, confrontandomi sul punto anche con Fabrizio Lobello, ho utilizzato nella traduzione il termine VISTE per tradurre VIEW POINTS, e PUNTO DI VISTA per POINT OF VIEW.

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