mercoledì 11 gennaio 2017

La vita non ha copyright.

I social improvvisativi italiani si sono infiammati, tempo fa, intorno alla parola "plagio" e suoi derivati, e ciclicamente torna lo spettro del furto, del plagio, del "mi hanno copiato il format" eccetera. - parlare di scandalo sarebbe quantomeno presuntuoso, per il valore effettivo che gli screzi improvvisativi hanno nel mondo reale, ma gli argomenti restano interessanti, soprattutto per il trasporto di chi ha preso parte alle discussioni su plagio, format e copyright.


C'è una discussione che ha popolato l'improvvisazione italiana sui social qualche mese fa, ed è quella del plagio o presunto plagio o sticazzi-plagio ai danni del match d'improvvisazione, e/o di theatresports e probabilmente di altri format simili, a causa del materiale promozionale di uno spettacolo, di cui un po' mi sono disinteressato, e un po' non ho capito abbastanza da descriverlo qui.

Le foto erano piuttosto vaghe, essendo foto, ma è innegabile che ricordassero alcuni elementi dei format sopracitati, e, a giudicare dalle reazioni degli "interessati", non sono stati rispettati i termini di copyright e diritti vari, di cui è tempestato il panorama improvvisativo, nell'eterna ambiguità tra l'assenza di regole e l'inquadramento normativo.

Per quanto mi riguarda, l'improvvisazione è quanto di più lontano possa essere concepito rispetto al diritto d'autore, ma non mi sento neanche di condannare chi si è dovuto ingegnare per trovare modi per vivere di quest'arte (e anzi, non posso che stimare chi c'è riuscito), né posso negare di apprezzare molto alcuni dei format protetti da diritto d'autore, ma non è di questo che parla quest'articolo.

"Arriva al punto, allora."
Giusto. Arrivo.

L'unico ambito improvvisativo su cui ho la miglior competenza del mondo è quello che riguarda la mia esperienza personale. (Non è male come botta di ottimismo eh, dirsi questa frase. Prova! Giuro che non la deposito in SIAE)

E vai di excursus sulla mia esperienza improvvisativa e sulla saggezza da due soldi.

L'improvvisazione per me non è teatrale.
Il teatro non è altro che la piattaforma, la stanza, il lettino dell'analista.
L'improvvisazione riguarda la vita, non il teatro.
Non sarò mai un attore, non sarò mai un Improvvisatore professionista e quest'arte avrà sempre il mio amore più spassionato, ma è irrealistico che arrivi a pagarmi l'affitto.

L'improvvisazione per me è terapia. C'è chi si iscrive a yoga, chi si affida agli psicologi, chi ai maghi, chi si distrae o concentra in qualsiasi altro modo. E fanno tutti bene. Whatever works.
Io lo faccio per scoprire come applicare le regole fondanti di quest'arte alla vita reale.

E come la applico?

Ieri ho presentato un evento musicale serale. Eterno. Tipo Sanremo ma più lungo.
Non ci sarebbe niente di male a fingere che le cose non stiano andando terribilmente per le lunghe, a far finta di niente e a tenere alta l’energia, per non far scemare il ritmo. Ma da Improvvisatori, qual è la reazione spontanea? Ascoltare. Prendere atto della situazione. Reagire. Quindi se il rischio è che le persone intorno si stiano per addormentare, il primo impulso è ironizzare sulla situazione, con tutta la buona fede del mondo, ma la reazione a una serata lunghissima è far notare che la colazione sarà servita a breve.

Metti caso che ti piace una. Va tutto bene. Ti piace proprio. Quando siete insieme è tutto bello, a prescindere da cosa facciate o non facciate. Finché dall’esterno (parenti, amici, agenzia delle entrate…) arrivano impulsi dirompenti, disturbanti, rompicazzo. Non solo non richiesti, ma non pertinenti e non tenenti conto di tutto ciò che stava accadendo nella relazione (non per niente è una parola sacra, nell’improvvisazione).
La scena stava andando bene. Non serve che qualcuno da fuori entri a modificarla o sistemarla. Non si entra quando la scena è figa, solo per farne parte. Si entra quando chi è dentro ha bisogno d’aiuto, quando il fuoco ha bisogno di altra legna, o semplicemente che qualcuno ci soffi sopra.
Non è l’idea che ti fai da fuori, a essere importante, è solo ciò che accade in scena. “La risposta è negli occhi del tuo partner” – e son parole che valgono per qualsiasi situazione, mica è negli occhi del tuo attore o della tua attrice; non è un caso che sia il partner.

“Make your partner look good”. Fai in modo che chi ti sta intorno sia valorizzato da ciò che fai, da ciò che dici, da ciò che pensi. Tu pensa a chi è intorno a te. A te pensiamo noi. Se sei qui solo per aiutare te stesso o per essere il più figo del pianerottolo, non servi. Non CI servi. Rischi di rovinare tutto ciò di cui cercavi di far parte.

Cosa c’entra tutta questa pappardella new-age col dibattito di questi giorni?

L’improvvisazione è vita.
E la vita non ha copyright.

Se io t’invito a una festa, e la mia festa ti piace, e vuoi farne una uguale, a me fa piacere, invitami cazzo, sembra divertente! L’ho fatta pure io, mi piacerà e sarò pure fiero d’avertela fatta scoprire. Tanto la stai facendo tu, già questa è una differenza enorme, non potrà mai essere la stessa identica cosa. E chi è invitato a entrambe può decidere cosa fare, come comportarsi, cosa pensare. Se ti piace un vestito, t’informi su dove comprarlo. Se lo sai fare, lo copi e te lo cuci direttamente. Se dico una frase o una parola che ti piace particolarmente, e vuoi farla tua, goditela, è così che ho costruito il mio vocabolario, diamine, è così che CHIUNQUE si è fatto una cultura. Non avrei mai scoperto Amanda Palmer se Rossella non fosse stata sua fan, non avrei mai iniziato ad andare al cinema se non avessi voluto parlare di cinema come alcuni amici ai tempi del liceo, eccetera. Eccetera. Siamo plagi viventi e camminanti. Tutto è già stato fatto, e se non ci sembra che sia già stato fatto è solo perché non ce lo ricordiamo, o non l’abbiamo ancora scoperto.

Tra 200 anni saremo tutti morti.
E siam qui a litigare su come scoreggiare su un palco.

Se ti piace una cosa che faccio e vuoi prendere spunto, è un onore.
Il plagio è quando vai in giro a ripetere le mie frasi e spacciarle per tue.
Ci sono montagne e montagne di leggi scritte apposta.

Ma se io taglio una tela devo pagare Fontana?
Ogni volta che cago devo dare 20€ a Piero Manzoni?
Qual è il limite?
Nessuna replica avrà mai il valore dell’originale, e questo il pubblico lo sa. E quando non lo sa, o lo dimentica, significa che l’originale non è più questo granché. O non lo è mai stato (nei casi specifici improvvisativi, le repliche non competono proprio – ma il tempo scorre).

L’unica complicazione è quando si mettono di mezzo i soldi.
Se Picasso avesse blindato i diritti delle sue opere, probabilmente oggi non avremmo Banksy.

Se l’improvvisazione la vogliamo trattare come un’arte, e quindi come uno strumento per aggiungere valore alla vita, non possiamo lasciarci influenzare o distrarre da queste cagate, ma seguire la nostra strada e goderci il viaggio. E sicuramente tutto ciò è già stato detto meglio di così. Tutto quest’articolo potrebbe essere un plagio.

Una comunità fiorisce, quando cessano di esistere questi muri e questi diritti vincolanti.
Se MacDonald’s avesse potuto brevettare l’hamburger (e probabilmente c’ha provato), oggi conosceremmo solo il Big Mac, e il mondo sarebbe un posto peggiore.

E certo, nessuno dice che quella dell’improvvisazione nazionale e internazionale debba essere per forza una comunità fiorente, o in cui tutti siano felici e saltellino nei prati mano nella mano, creando le condizioni per portare quest’arte a livelli sempre più alti. Ma chi non vuole questo, chi mette paletti alla sperimentazione e alla libera circolazione delle idee, può davvero definirsi Improvvisatore?
Il teatro sarà sicuramente pieno di scene già scritte, in cui alcune persone in scena saranno ignorate, a scapito dei divi che proseguiranno e si faranno ricordare dal pubblico.
Tra Improvvisatori non è possibile.


L’improvvisazione (globale, forse universale, chi può dirlo?) vale tanto quanto il peggior Improvvisatore in scena. Se non ci aiutiamo a vicenda, forse qualcuno guadagnerà di più, ma la nostra arte sarà sempre più povera.

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