martedì 5 maggio 2015

The OIP-way: un workshop con Henk van der Steen

Frammenti di un workshop

In occasione del Babylon Festival 2015 (grazie, Teatro a Molla!) abbiamo avuto la stupenda occasione di ospitare in terra brianzola Henk Van der Steen, improvvisatore olandese di Amsterdam, membro dell'Orcas Island Project. Con lui abbiamo deciso di fare un percorso di dieci ore che ci potesse dare un assaggio del lavoro che da anni sta svolgendo con l'Orcas.
Henk si è dimostrato fantastico, un gigante di disponibilità e simpatia totale, che nonostante i dolori provocati da una costola rotta si è buttato con l'anima nel lavoro insieme a noi, facendoci sentire accolti e ascoltati in ogni momento.
Abbiamo aperto le danze sabato con un veloce racconto di cosa sia l'Orcas Island Project e su come sia nato: sintetizzando al massimo, si tratta di un progetto internazionale nato intorno al 1997 dopo il primo festival di Seattle e concretizzatosi attorno alla figura trainante di Randy Dixon, direttore artistico di Unexpected Productions. Molto importante è anche l'influsso dell'action theatre, di cui il gruppo ha assorbito temi e modalità. L'OIP raduna improvvisatori da tutto il mondo, che una volta all'anno si ritrovano per una settimana di lavoro comune in cui approfondiscono e sviluppano un proprio linguaggio improvvisativo e un particolare approccio all'improvvisazione. Grande attenzione viene posta al lavoro di interazione dell'ensemble con il pubblico, e a livello pratico e concettuale si ricercano modalità di partecipazione sempre maggiore dell'uditorio allo spettacolo improvvisato.
Alcuni membri dell'OIP a Trento nel 2015 (Henk con maglia Improvincia!)
Nel lavoro pratico, Henk ha cercato di farci sperimentare alcuni dei "mattoncini di base" del linguaggio comune dell'Orcas che poi vengono utilizzati nei loro spettacoli di punta come After Life e City Life.
Dopo un buon riscaldamento, durante il quale Henk ci ha sottolineato la necessità, secondo lui, di partire sempre con un buon lavoro fisico utile a predisporre il corpo al lavoro di scena, abbiamo iniziato un lavoro di gruppo per assorbire le prime lettere dell'alfabeto OIP.

1) UNITS: sono le "particelle" che lavorano insieme sul palco. Una UNIT può essere formata da 1, 2, 3, tutti gli attori sul palco: per sviluppare il concetto, Henk ha guidato la zattera prima chiamando il numero di persone che avrebbe dovuto formare una UNIT, e poi lasciando libero il gruppo di sviluppare autonomamente il concetto attraverso la sperimentazione.

2) LEVELS: Henk ha introdotto, sempre utilizzando lo strumento della camminata nello spazio, tre livelli di lavoro: un livello alto - "WEATHER", un livello intermedio - "HUMAN", e un livello inferiore - "ANIMAL". L'esplorazione in zattera degli stati intenzionali-fisici-emotivi dei tre livelli ha aggiunto un tassello allo sviluppo del codice comune di lavoro.

3) COPY-TRANSFORM-SHIFT. In questo caso il lavoro è partito a coppie e si è evoluto dallo specchio (COPY), alla trasformazione del gesto (TRANSFORM), fino al cambio radicale (SHIFT). Abbiamo innanzitutto esplorato le tre possibilità, per poi applicarle insieme nel lavoro a coppie.

Il gruppo ha poi sperimentato le tre tecniche prima in un lavoro a coppie, poi nel lavoro d'insieme, introducendo anche il principio di VICINO-LONTANO come possibile variazione dei "temi" proposti.

Il lavoro si è poi focalizzato sulla camminata nello spazio: Henk ci ha proposto di lavorare su due semplici opposti: camminata in linea retta con angoli al cambio di direzione e camminata a curve, appunto, con cambi di direzione sinuosi. A questo ha poi integrato i "livelli" visti in precedenza. Nella fase di debreefing, abbiamo valutato insieme le diverse combinazioni e l'effetto che un certo tipo di postura/camminata genera nel pubblico.

All'inizio del workshop, abbiamo chiesto a Henk di aiutarci anche a capire come le diverse cose imparate potessero essere messe a frutto nel lavoro improvvisativo sul palco. perciò a questo punto del lavoro ci ha raccontato come con l'Orcas abbiano costruito un vero e proprio format partendo da questi semplici concetti. Il format si chiama ALBERT, e il nome deriva dal semplice ricordo sbagliato del titolo "Harold" della persona che ospitava l'Orcas a un festival, per la messa in scena di uno spettacolo. La struttura è abbastanza semplice: il gruppo di lavoro si divide in 3 - alcuni improvvisatori improvvisano scene "standard", un altro gruppo si dedica ai movimenti e un terzo gruppo, che Henk definisce "gli angeli", ha l'obiettivo di cogliere suggerimenti-intuizioni nella scena e trasporli in scene astratte, applicando il trittico copy-transform-shift. In sostanza, dalla scena principale si possono isolare singoli movimenti, frasi, parole, suoni... e la ricombinazione di questi dà luogo a una scena parallela che prende vita in contemporanea alla scena madre.
Durante il workshop abbiamo sperimentato parte del format con un lavoro su due gruppi: un gruppo dedicato alla costruzione di storie standard e l'altro con il ruolo di "angeli", a costruire il secondo piano astratto. La sperimentazione è stata interessante e stimolante, anche se è sempre difficile trovare un buon bilanciamento tra scena concreta e astratta, che spesso ha la tendenza a diventare anch'essa troppo "raccontata". Henk ha sottolineato spesso questo suggerimento: non cercate di dare forma a uno storytelling intenzionale nell'astratto; lasciate piuttosto che sia il pubblico a farsi carico di questo lavoro.

Henk a questo punto ci ha fatto riflettere sull'importanza del palco e delle posizioni-distanze che prendiamo quando siamo in scena.
Per facilitare l'approccio, ci ha chiesto d'immaginare il palco come un rettangolo formato da 9 caselle


Ha evidenziato le posizioni "di forza" rispetto al pubblico e le differenze nel modo in cui possiamo andare a prendere una delle posizioni di forza:


Abbiamo poi sperimentato scene a due con diversi rapporti di distanza e posizione tra gli Improvvisatori in scena.
Abbiamo appreso che le posizioni che prendiamo e le distanze che teniamo diventano lo spazio attraverso il quale il pubblico entra sul palco con noi, poiché su questi crea autonomamente la propria storia: noi abbiamo "semplicemente" il compito di darle forma.
Un'altra esperienza interessante è stata l'uso inconsueto o discordante dello spazio (per esempio, in una scena moglie e marito litigano con foga, ma invece di tenere una determinata distanza, si abbracciano mentre litigano). Anche questo utilizzo dello spazio tra gli attori apre all'ingresso del pubblico sulla scena.
Un suggerimento interessante di Henk a questo punto è stato:
"Se non sai cosa fare… mettiti in moto, muoviti".

La voglia di Henk di trasmetterci quante più idee possibili è stata magnifica, e infatti siamo passati subito ad "assaggiare" i Monologhi di Orfeo, una struttura di scena che l'Orcas usa nel suo spettacolo After Life. In sostanza, gli Improvvisatori si dispongono uno di fianco all'altro, a fondo palco, e all'avvio della scena cominciano a monologare (sì, è un verbo) singolarmente, ognuno col proprio tempo, avanzando in linea retta verso il pubblico. Oggetto del monologo: un rimpianto personale e importante per la propria vita; ognuno si prenderà il tempo necessario a completare il racconto, e si fermerà solo a racconto finito. Ovviamente non mancano le sovrapposizioni di parole e voci, ma l'effetto scenico e metaforico è indubbiamente potente.
Sempre da After Life deriva l'esperienza successiva: improvvisare una scena tradizionale, ma in cui il pubblico conosce in partenza la scena successiva (ad esempio: gli Improvvisatori vengono allontanati dalla stanza e a loro viene solo indicato che improvviseranno una scena di vita tra una moglie e un marito che hanno una attività insieme; al pubblico invece il conduttore rivela cosa accadrà nella scena successiva a quella che vedremo: la moglie sparerà al marito).
L'intera scena assume così per il pubblico significati, aspettative e tensioni TOTALMENTE diverse, senza che gli attori facciano alcuno sforzo per rendere la scena particolare o interessante.
A sostegno di questo lavoro continuo del pubblico sulla scena, Henk ci propone un'esperienza in cui uno o due Improvvisatori restano seduti, in silenzio, su una sedia per la durata di un pezzo musicale che il pubblico ascolta guardandoli. Bellissimo vedere come ogni spettatore crei in autonomia la propria storia.
A questo punto Henk ci apre il cervello* dicendoci:

"As Improvisers, we're not just seekers. We're finders".
"In quanto Improvvisatori, non siamo cercatori, ma trovatori".

Riassume in maniera perfetta il triplice rapporto tra Improvvisatore, storia raccontata e pubblico.

Improvincia ed Henk festanti alla fine del workshop

Per concludere, abbiamo cercato di comporre tutti i "mattoncini" collezionati durante il weekend in una performance di 40 minuti, in cui abbiamo cercato di costruire una narrazione collettiva astratta guidata da tutti i concetti assimilati. Il risultato è stato un lavoro di gruppo molto coinvolgente e interessante.
Henk ci è sembrato molto soddisfatto del risultato e come noticina finale ci ha ribadito la necessità di credere in ciò che facciamo, e che ogni cosa che facciamo in scena sia guidata da una scelta conscia e consapevole. Ha sottolineato come molto spesso sia meglio "fare meno e farlo per più tempo".

Personalmente, ho apprezzato tantissimo il lavoro svolto, anche perché ho avuto la fortuna di assistere agli spettacoli dell'Orcas Island Project l'anno scorso a Bologna (Babylon2014) e ho trovato meraviglioso il loro approccio collettivo all'improvvisazione.

* locuzione molto usata da noi impronerd entusiasti

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