giovedì 12 febbraio 2015

DECONSTRUCTION - appunti da un workshop con Fabio Maccioni


Con la redazione abbiamo pensato sia bello pubblicare sul blog anche le esperienze improvvisative che viviamo a livello personale, workshop, spettacoli che vediamo e che facciamo, pensieri e riflessioni individuali perché possano essere uno spunto di confronto.
Ho finalmente trovato un po' di tempo per riordinare gli appunti presi durante l'ultimo workshop e li pubblico dopo l'attenta e cortese correzione fatta proprio dal docente.

Con la compagnia Improvincia abbiamo avuto l'occasione di lavorare 12 ore con Fabio Maccioni, amico e docente di Teatribù, con cui abbiamo concordato una sorta di masterclass in cui avere un primo approccio con DECONSTRUCTION, uno dei format su cui ha avuto modo di lavorare durante la formazione intensiva all'IO Chicago in cui si è immerso durante l'estate.
Il lavoro è iniziato "al tavolo" con una descrizione approfondita del format e della sua struttura.
Il format è stato creato da Del Close ed è diventato popolare all'IO dopo essere stato inserito nello show "Three Mad Rituals" del 1993 [fonte "The art of chicago improv" R. Kozlowski - pp. 71-76]
Innanzitutto Fabio ci ha sottolineato come la realtà improvvisativa che ha trovato a Chicago sia molto dipendente dalla parola: gli improvvisatori parlano molto, e da questo ha derivato una sua prima riflessione sull'utilità o meno di questo approccio.
Perché tutta questa attenzione alla parola?
·         l'eccesso di parola è NEGATIVO se è incarnazione dell'ansia che ci fa passare da un argomento all'altro in un accumulo infinito;
·         l'eccesso di parola è NEGATIVO quando diventa parola che iper-responsabilizza il mio compagno in scena, per esempio in una catena di domande;
·         l'eccesso di parola diventa però POSITIVO quando diventa il veicolo attraverso cui CREO LA CONNESSIONE con il partner in scena, quando la parola diventa veicolo di ESTERNALIZZAZIONE della reazione, che in tal modo va a influire in modo diretto e istantaneo sulla relazione in scena. La parola diventa il modo con cui possiamo evitare il "non detto" che a volte pesa sulle nostre improvvisazioni.

La struttura del format, a un primo sguardo, può sembrare complessa e spaventosa:


 1) SCENA SORGENTE
Si parte da quella che con Fabio abbiamo definito scena sorgente. Questa scena vede due personaggi in scena e ha l'obiettivo di generare attraverso la relazione la "OUR THING" (lo mettiamo in inglese perché COSA NOSTRA fa brutto) dei personaggi in scena. L'obiettivo è individuare e chiarire "di che cosa sta parlando questa scena?", che cos'è questa COSA che influenza, connota e può cambiare il mondo interiore dei nostri due personaggi? La scena DEVE essere assolutamente realistica e devono essere evidenti le meccaniche di azione e reazione.
La prima scena sorgente deve avere una durata tra 6 e 8 minuti e deve svolgersi in unità di tempo e di spazio. Grande importanza assumono i dialoghi tra i personaggi e l'azione (nel senso di visualizzazione e manipolazione di oggetti) è il "contesto" nel quale si svolge la relazione e il "pretesto" per scoprire la relazione; l'azione e gli oggetti, cioè, non sono "testo", vale a dire che non si parla di ciò che si fa, e - soprattutto - non ci si perde negli oggetti.
Tra i due attori si crea grazie a questo lavoro quella sensazione dell'"io senza di te non vivo in scena".
Nello sviluppo della scena i personaggi si approfondiscono e trovano oltre alla "our thing" che li lega in quel contesto e in quel momento la "my thing": un'indole, una debolezza, una caratteristica propria e importante.

2) SCENE TEMATICHE
Conclusa la prima scena, il format prevede due scene il cui obiettivo è evidenziare "my thing" dei due personaggi, astraendola e collocandola in un differente contesto. Inizia qui il processo di decostruzione. Le scene tematiche durano 2-3 minuti. I personaggi nelle scene non cercano il conflitto ma diventano "soulmates", anime gemelle che condividono intenzionalità e reazione rafforzando in questo modo l'immagine che arriva al pubblico.

3) SCENA SORGENTE

La scena sorgente ritorna in proseguimento temporale della sua precedente conclusione, quindi in unità di tempo e spazio. I personaggi possono e devono farsi influenzare da ciò che le scene tematiche precedenti hanno evidenziato ed estrapolato della loro "my thing"; è come se i personaggi si fossero visti in uno specchio e ora abbiano la possibilità di lavorare su se stessi e sulla relazione dopo questo parziale disvelamento. Nel suo primo ritorno, la scena sorgente deve durare circa 3 minuti.

4) SCENE COMMENTO
Le brevi scene commento proseguono il processo di destrutturazione e lo portano sul piano del giudizio personale e del giudizio sulla società. Cosa penso IO della "my thing" dei personaggi e cosa penso dell'"our thing"?
Il giudizio può emergere da brevi monologhi personali, che devono però essere quanto più onesti e veri possibili.
Non recito un personaggio, sono io che ti racconto come la penso e qual è il mio vissuto in relazione alle tematiche che sono emerse. La verità del mio essere in scena è un altro punto fondante sia di questo format che dell’approccio improvvisativo dell’IO: alcuni docenti arrivano a sostenere che è addirittura inutile creare personaggi con voci e/o caratteristiche fisiche diverse dalle proprie, ma che sia meglio portare la verità di se stessi sul palco per rendere le reazioni più vere e di conseguenza credibili.
In questa fase possono esserci anche delle scene non monologiche e il loro obiettivo deve essere quello di far emergere un giudizio "di contesto": cosa si pensa in un determinato contesto sociale?
Possiamo mettere in scena 5/6 scene commento di una trentina di secondi ciascuna.

5) SCENA SORGENTE
La scena sorgente ritorna sempre in unità di spazio e di tempo e l'attenzione dei personaggi è sempre più focalizzata sulla relazione. Questa scena deve durare non più di un minuto.

6) THE RUN
Questa è la fase più dinamica dello spettacolo, in cui oggetti, parole, azioni, rumori di tutte le scene precedenti messe insieme diventano stimoli concreti da cui far partire brevissime scene singole o games di gruppo.
Tutto può ritornare in una rielaborazione quasi onirica che pur mantenendo la concretezza del riferimento (qui va evitato il riferimento analogico) lo decontestualizza, ricolloca, elabora insomma una corsa divertente e giocosa che sfrutta tutte le possibilità emerse in precedenza, aprendo alla conclusione dello spettacolo.

7) SCENA SORGENTE
La scena sorgente ritorna, ma in questo ritorno è possibile inserire un flashback, un flashforward, un cambio di luogo oppure, se la scena lo richiede, proseguire in unità di spazio e tempo. In 2 minuti si arriva alla conclusione dello spettacolo.

Creata questa base comune, abbiamo iniziato il lavoro sui diversi segmenti e sulle diverse attitudini necessarie allo sviluppo dello spettacolo, consci del fatto che due giorni di lavoro non possono essere sufficienti per approfondire tutti gli aspetti che questo tipo di format richiede.
Riassumo brevemente il tipo di esercizi fatti:
Abbiamo lavorato molto sulla costruzione della scena sorgente a coppie, accorgendoci di come il nostro approccio improvvisativo canonico venga abbastanza sconvolto dal dover "far durare" 8 minuti una scena di coppia - evitando di inserire colpi di scena clamorosi o missioni fisiche da portare a termine. Più volte Fabio ha dovuto sottolineare, nel breve debreefing dopo ogni scena, come fossimo portati a risolvere il "problema della relazione" una volta scoperto, invece che lavorare per far emergere da un lato la "our thing" e dall'altro la "my thing".
Un altro tipo di esercizi ci ha permesso di approfondire l’entrare in scena con un'intenzione forte e definita e come lavorare col compagno nelle dinamiche del “soulmate”, ovvero entrando in risonanza con l’intenzione e facendola propria.
Fulcro centrale del workshop è stata la vera e propria messa in scena del format, sia nella sua struttura descritta precedentemente sia in una versione “stress”, in cui i tempi delle diverse scene sono stati aumentati fino al raddoppio.

È stato molto interessante confrontarsi con questo format, perché stravolge completamente l’approccio a cui siamo stati abituati nella long form, solitamente dell’Harold “all’italiana” in cui la parte di generazione spontanea di contenuti è posta nella fase iniziale dello spettacolo - un ”opening” più o meno strutturato; in Deconstruction il processo creativo è praticamente invertito.
Il lavoro di scena a due è stato molto utile, e anche qui lo stravolgimento del canonico modo di affrontare la scena ha fornito stimoli molto utili e ha fatto emergere molte riflessioni; più volte durante il workshop ci siamo fermati per condividere pensieri e idee, e la quantità di spunti e argomenti emersi è stata un buon indice di quanto sia profondamente stimolante affrontare questo tipo di lavoro.
Un altro momento fondamentale è stato quello delle scene commento, in cui molti di noi si sono esposti senza maschere e senza finzioni raccontando il proprio punto di vista in modo naturale e diretto, arrivando addirittura alla commozione.
Fabio ci ha guidato con un entusiasmo unico, partecipando totalmente coinvolto nell’ottima atmosfera di sperimentazione e messa in gioco, trasmettendoci tutta la sua passione e la voglia di metterci in gioco totalmente e senza remore.
Disponibili a essere smentiti, abbiamo segnato l'1 Febbraio 2015 come data della prima rappresentazione di un DECONSTRUCTION in Italia, e ne siamo proprio orgogliosi!
Nei prossimi mesi dovremo trovare il tempo per continuare a lavorare su questo progetto e speriamo presto di portare lo spettacolo al giudizio del pubblico.

Nel frattempo un grazie gigantesco a Fabio che ci ha fatto scoprire un mondo nuovo! 


3 commenti:

  1. molto molto molto interessante! rileggo, assorbo, commento nuovamente :) pensate di tornare a lavorare su deconstruction?

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    1. Abbiamo già cominciato a "rimasticare" deconstruction nel nostro incontro settimanale per capire come adattarlo al tipo di lavoro e dergli un taglio personale... vediamo cosa germoglierà!

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